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Il fenomeno migratorio rappresenta per il sistema sanitario una sfida sempre aperta, non solo in termini di quantificazione e analisi dei bisogni, ma soprattutto nell’ottica di un’adeguata organizzazione dei servizi. Nella fase storica attuale, infatti, la principale esigenza è quella di superare la parcellizzazione e l’estemporaneità delle soluzioni adottate nei diversi contesti regionali e locali, per approdare a pratiche di sanità pubblica e a modalità assistenziali basate sulle migliori evidenze scientifiche e improntate all’appropriatezza, all’efficienza e all’equità. A tale riguardo, elenchiamo di seguito alcune iniziative istituzionali che hanno contraddistinto il 2017 (ma anche il 2016) che oltre ad avere un valore in sé dal punto di vista politico e programmatorio, assumono anche un significato altamente simbolico, nell’ottica di un definitivo passaggio da una gestione improntata all’emergenza a una guidata dalla pianificazione e dalla capacità di governance. La cornice rimane comunque l’Accordo del 20 dicembre 2012 tra il Governo, le Regioni e le Province Autonome sulle “Indicazioni per la corretta applicazione della normativa per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle Regioni e P.A.” (Rep. Atti n. 255/CSR), ancora non adeguatamente applicato, che ha fornito il giusto scenario di riferimento normativo anche per gli atti che citiamo. 

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Il 24 aprile 2017 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero della Salute su "Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale" con i relativi schemi per i vari interventi sanitari da compiere. Le linee guida, come descritto al momento dell’Intesa Stato Regioni e P.A. che ha preceduto il decreto ministeriale, hanno come obiettivo quello di tutelare chi richiede protezione internazionale in condizioni di particolare vulnerabilità in qualunque fase del suo percorso di riconoscimento della protezione e ovunque sia ospitato, creando le condizioni perché le vittime di eventi traumatici possano effettivamente accedere alle procedure previste dalla norma e la loro condizione possa essere adeguatamente tutelata.

Le ragioni delle linee guida sono spiegate nella loro premessa e sottolineano che i richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria sono una popolazione a elevato rischio di sviluppare sindromi psicopatologiche a causa della frequente incidenza di esperienze stressanti o propriamente traumatiche. Sono persone costrette ad abbandonare il proprio paese generalmente per sottrarsi a persecuzioni o al rischio concreto di subirne. Possono anche fuggire da contesti di violenza generalizzata determinati da guerre o conflitti civili nel proprio Paese di origine. Inoltre, durante il percorso migratorio, sono sovente esposti a pericoli e traumi aggiuntivi determinati dalla pericolosità di questi viaggi che si possono concretizzare in situazioni di sfruttamento, violenze e aggressioni di varia natura compresa quella sessuale, la malnutrizione, l’impossibilità di essere curati, l’umiliazione psicofisica, la detenzione e i respingimenti. Gli eventi traumatici che li colpiscono determinano gravi conseguenze sulla loro salute fisica e psichica con ripercussioni sul benessere individuale e sociale dei familiari e della collettività.

Secondo le linee guida, per fornire una risposta adeguata è pertanto urgente riorientare il sistema sanitario italiano verso l’attenzione ai bisogni emergenti, la prossimità ai gruppi a rischio di marginalità, l’equità dell’offerta per assicurare un’assistenza sanitaria in linea con le loro necessità e nel rispetto dei principi costituzionali. E’ necessario, quindi, avviare la programmazione di strumenti operativi adeguati ad assistere questa nuova e utenza multiculturale, eterogenea, segnata in modo consistente dai traumi subiti. Certamente un’accoglienza adeguata alla complessità dei bisogni e alla tutela dei diritti di cui questi soggetti sono portatori richiede una riorganizzazione dei servizi sanitari, con definizione di procedure, di competenze e attività formativa del personale, resa difficile anche dal pesante ostacolo rappresentato dalle limitate risorse disponibili (una criticità infatti è la mancanza di previsione di risorse economiche dedicate).

La SIMM ha contribuito alla definizione del documento e intende impegnarsi, per quello di propria competenza e in particolare sul piano formativo, per la messa in pratica di queste preziose linee di indirizzo.
(liberamente tratto da quotidianosanità.it)

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Il superamento, ai fini dell’esenzione dal ticket, della distinzione tra disoccupati ed inoccupati, voluto dal D.lgs. n. 150/2015 e ribadito della Circolare del Ministero del lavoro n. 5090 del 4.4.2016, lo ha applicato per la prima volta la Regione Piemonte, riferendosi ai richiedenti protezione internazionale, con una specifica circolare nel 2016 seppur con una soluzione "personalizzata". Persistendo una differente prassi applicativa in Italia, anche supportata da indicazioni ministeriali non chiare ed aggiornate, con una lettera a firma di ASGI, SIMM e dei più importanti gruppi e associazioni che si occupano di assistenza sanitaria agli immigrati, si è chiesto al Ministero di rendere uniforme l’assistenza facendo applicare quanto previsto dalla legge. La risposta ancora non è arrivata ma nel frattempo si sono avviati ricorsi come quello oggetto dell’importante sentenza da parte del Tribunale civile di Roma sezione lavoro. La vicenda si inserisce nel rifiuto di una ASL romana di riconoscere l’esenzione E02 alla ricorrente, la quale titolare dello status di rifugiato non aveva mai svolto alcuna attività lavorativa e per questo, secondo il diniego della ASL, ricadeva nella categoria degli inoccupati ai quali, a differenza dei disoccupati, non spettava alcuna esenzione. Il Tribunale civile di Roma ha, al contrario, accolto il ragionamento della ricorrente basato sul superamento della distinzione tra disoccupati ed inoccupati.
Infatti l’art. 19, comma 7, del d.lgs. n. 150/2015 stabilisce che “... le norme nazionali o regionali ed i regolamenti comunali che condizionano prestazioni di carattere sociale allo stato di disoccupazione si intendono riferite alla condizione di non occupazione”. Il giudice ha quindi specificato che "Ciò che rileva, pertanto, è lo stato di non occupazione, non rilevando più invece la circostanza che l’interessato abbia in precedenza svolto attività lavorativa. Ai fini del godimento di prestazioni di carattere sociale non sussiste più pertanto la precedente distinzione tra disoccupato (soggetto che in precedenza svolgeva attività lavorativa) e inoccupato (soggetto che non ha mai volto attività lavorativa), rilevando invece la sola condizione della non occupazione. D’altra parte, ciò è quanto si ricava dalla lettura della circolare Ministero del lavoro n. 5090 del 4.4.2016, la quale ribadisce che per la fruizione di prestazioni di carattere sociale rileva esclusivamente la condizione di non occupazione." Ci auguriamo che tale sentenza possa aprire una strada nella garanzia di accesso alle prestazioni sanitarie di quanti, in una precarietà economica, si sono visti negare l’esenzione dal ticket.

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